Le Mostre

SEGNI LUCI COLORI

 

SEGNI LUCI COLORI
a cura di

ANGELO MISTRANGELO

 

Villa Vallero

Rivarolo Canavese

ottobre 2018

 

 

 Il tempo, lo spazio, l'ambiente, sono gli elementi determinanti del «corpus» di opere che caratterizza l'itinerario espositivo Segni Luci

Colori, allestito nelle sale di Villa Vallero a Rivarolo, tra indagine concettuale e interiori riflessioni, suggestioni cromatiche e strutture metafisiche.
Un itinerario che unisce tre artisti dal linguaggio diverso, ma legati da una comune tensione espressiva che emerge dalle composizioni,
dalla trama dei segni significanti, dalla capacità di «occupare» lo spazio con la materia.
Una mostra, quindi, che racchiude il clima di una contemporaneità sostenuta da una singolare visione della realtà e di questo nostro
tempo quanto mai complesso e, sempre più, proteso verso la tecnologia, l'immagine e una pressante comunicazione.
Tre artisti che ci riportano all'interno della cultura visiva, del sogno, della natura.
In Enzo Gagliardino il discorso si snoda attraverso una puntuale analisi intorno alle architetture urbane, alle facciate anonime dei palazzi,
alla sequenza delle finestre che si aprono sul mondo con l'intenso e inarrestabile fluire della storia e della società.
Nulla è affidato al caso, ma ogni dettaglio, ogni scorcio d'ambiente, ogni frammento di un'identità rivisitata diviene luogo altro per una
pittura fortemente meditata, misurata.
E' come se Gagliardino ricomponesse sui muri di un'intera esistenza un dialogo continuo tra l'uomo e i profondi silenzi, le scansioni deimattoni e le memorie. Un dialogo che, di volta in volta,

trasforma le facciate, rigorosamente e geometricamente essenziali, nella «metafora della vita» e, anche, simbolicamente, esprime l'assenza delle
persone dietro ai rettangoli delle finestre mute.
E i mattoni costituiscono alcuni aspetti dell'esperienza di Johannes Pfeiffer, che Andrea Balzola ha definito «muratore e fabbro di installazioni », dove il «mattone, di preferenza manufatto artigianale,

é il modulo cellulare delle sue forme». Forme che appartengono alla natura, a quel suo disegnare lo spazio con cavi di fibra sintetica, all'incontro
con il granito «Un metro cubo», esposto nel parco del Castello di Racconigi, durante la Biennale Internazionale di Scultura del 2013.
E sono interventi e situazioni liriche che ricreano la struttura di Santa Maria del Monastero - La Manta o il Museo dell'Opera del Duomo a Pisa. I fili di nylon diventano fasci di luce

che illuminano l'interno di una antica navata, il cortile del Rettorato dell'Università torinese, e compongono, in «E la nave va», un omaggio a Giovanni Falcone.
Per Giorgio Ramella l'«Omaggio a Hokusai», è il filo conduttore di una ricerca in cui si delinea il suo viaggio verso l'Oriente.
E i segni graffiti, l'attenzione per il maestro de «La grande onda di Kanagawa» (dalle «Trentasei vedute delMonte Fuji»), l'energia della
rappresentazione, richiama i versi haiku del giapponese Fujiwara No Sadaie: «un banco di nubi/ si staccava dalla/ vetta del monte».

Ramella affida alle immagini il senso di una «scrittura» dove vi è tutto il suo «immaginario come fossero fotogrammi di un raccontracconto» (Lea Mattarella).

E sono nuvole lievi, aquiloni, alberi appena definiti e pesci che risalgono la corrente d'acqua, che conferiscono alla narrazione
il fascino di un tempo lontano che riemerge con la forza del dato cromatico, del ricordo, di una stagione creativa che magicamente affiora dall'Oriente. 

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