Le Mostre

I FILI DEL DISCORSO

I FILI DEL DISCORSO


Quattro bozzetti per un parco sculture a Chieri

ENZO BERSEZIO TEGI CANFARI MATILDE DOMESTICO ELIO GARIS

a cura di ROBERTO MASTROIANNI e BENEDETTA CATANZARITI

 

Imbiancheria del Vairo - Chieri

12 Ottobre – 10 Novembre 2013

 

 

L'uomo vive, agisce e pensa uno spazio materiale e simbolico, "abita" e "padroneggia" uno spazio "naturale", in quanto culturalmente e simbolicamente organizzato. La realtà è il frutto di un'attività di modellizzazione che attribuisce artificialità alla naturalità, innescando processi di trasformazione delle cose in oggetti, attribuendo ad essi senso e valore proprio perché in relazione a una soggettività umana, capace di prendere la materia, interpretarla, trasformarla e inserirla in un reticolo di senso e significato. La spazialità antropica è da considerarsi, infatti, come uno spazio della "possibilità", nel quale la naturalità biologica diventa vita organizzata, attraverso l'articolazione di una grammatica fisica e culturale che, in qualche modo, prende atto della logica interna delle cose e le organizza linguisticamente e tecnologicamente. L'uomo, essere plastico ed incompiuto, ha da sempre trasformato "l'ambiente", la sua fisicità brutale ed ostile, in un "mondo" di oggetti e relazioni "pensabili", "comunicabili" e "utilizzabili", in vista della propria sopravvivenza e facendo ciò ha modellato se stesso in relazione alla materialità inorganica, alla natura vivente e ai propri simili, creando una rete di senso e significazione.
L'esistenza umana è quindi caratterizzata da una tensione costante tra "l'incompletezza antropologica", la
precarietà biologica che deve essere integrata con la cultura, e la "necessità di strutturazione ontologica", la
materialità che la cultura e la tecnologia trasformano, rendendo l'ambiente mondo.
L'uomo si presenta, in questa prospettiva, come un artefice di sé e del mondo, come un animale, che è naturale proprio in quanto culturale: la cultura (il "noi" simbolico) si sovrappone ed integra alla natura (il "noi" biol gico e l'ambiente circostante). Per questi motivi, si può affermareche l'uomo "abita la possibilità" (la pluralità di forme, determinate culturalmente e materialmente, che la realtà e l'umano possono assumere) ed è costretto per sopravvivere a strutturarla in una narrazione articolata ed apparentemente compiuta: in una "prosa" dotata di significato antropologicamente condiviso. L'uomo narra sé e il mondo, perché solo attraverso una manipolazione simbolica e fisica del proprio ambiente può dare vita ad un mondo abitabile, che è tale proprio in quanto artificiale. Lo spazio, in cui questa pluralità indistinta (la "possibilità") diventa realtà linguisticamente, grammaticalmente e materialmente organizzata e dotata di senso (la "prosa"), è lo spazio umano, che è caratterizzato da pratiche e simboliche di natura discorsiva. Lo spazio antropico (il mondo) è, dunque, il frutto di un'interazione costante tra l'azione strategicamente orientata, la natura simbolica delle relazioni con le cose e gli altri esseri viventi, e l'attività interpretativa dell'uomo.
La filosofia del linguaggio, in special modo la semiotica contemporanea, chiama queste pratiche "discorsi", in
quanto sono frutto di interazioni linguistiche, che proiettano dietro di sé dei "testi" ovvero le forme culturali che compongono le differenti società (l'arte, la tecnologia, le strutture sociali, politiche e giuridiche...). In questa prospettiva, ogni spazio umano è sempre uno "spazio discorsivo", che ha la forma di un reticolo di senso e significato, che la cultura materiale e simbolica produce, e all'interno di esso possono essere rintracciati quei "fili del discorso" che mettono assieme, in una catena inesauribile di elementi materiali e simbolici, il mondo che gli uomini agiscono, pensano e producono. La cultura è, infatti, un testo (una pluralità di testi) e l'attività umana lo vivifica con delle pratiche produttive e interpretative di natura discorsiva che danno vita ad una narrazione compiuta, in quanto dotata di senso e condivisa.

L'imbiancheria del Vajro, le forme, gli spazi e le relazioni.
Una mostra d'arte tra natura e cultura

Abbiamo detto che la realtà è il frutto di una narrazione condivisa (la "prosa"), che ci racconta il mondo e le
relazioni tra umano, organico ed inorganico (i "discorsi"), le quali danno forma allo spazio antropico. Le forme che questa narrazione assumono sono culturalmente determinate e possono essere descritte come un insieme di testi (elementi culturali), in relazione tra loro e vivificati dall'azione/discorso. Questo "racconto in prosa del mondo" può essere, pertanto, immaginato come un insieme di elementi condivisi, dotati di materialità e concretezza simbolica, che stanno metaforicamente al centro delle sfere discorsive prodotte dagli uomini. In questa prospettiva, la storia culturale dell'uomo è una storia naturale, che insieme alla sua evoluzione racconta la storia di un padroneggiamento tecnologico della natura e le pratiche che questo essere incompleto ha usato per trasformare l'ambiente, pensarlo, viverlo e rappresentarlo. I "discorsi", i "testi" e le "pratiche" che gli uomini pongono al centro dello spazio antropico sono da considerarsi come una specie di tesoro comune e indiviso, che rappresenta il giacimento di senso che le società e le culture usano per definire se stesse, dotandosi degli strumenti culturali e tecnologici utili a padroneggiare l'ambiente. In quest'ottica, la cultura e la tecnologia sono elementi importanti di quella narrazione che gli esseri umani mettono al centro del proprio spazio vitale, una narrazione che essi stessi producono continuamente e vivificano con la prassi e con la continua attribuzione di significato e valore. Il senso della realtà non si pone, però, solo al centro delle sfere discorsive, ai loro margini si accumula un eccesso di senso e valore: la realtà, infatti, eccede sempre la narrazione che si fa di essa, è più ricca, piena di contraddizioni e di inesauribili spunti, utili a nuove interpretazioni e trasformazioni del reale. La "prosa" che ci restituisce il mondo è in qualche modo una forma di costrizione che fissa in forme codificate l'inesauribile "possibilità", che si colloca prima, dopo e ai confini della narrazione condivisa del mondo. Gli artisti, come ci ricorda Emily Dickinson, hanno il privilegio di potersi posizionare ai margini di qualsiasi racconto antropologicamente e socialmente condiviso e guardare tutti gli elementi culturali, materiali e tecnologici che lo compongono.
Da questo punto di osservazione privilegiato essi possono decidere di fare essenzialmente due cose: narrare il mondo "così com'è", o sarebbe meglio dire "come le narrazioni egemoni decidono che è", oppure interrogarsi sulle narrazioni vigenti ed imperanti, vivere l'eccesso di senso che cresce ai margini, dargli una forma e produrre nuove catene di senso e valore e in questo modo, in qualche modo, "abitare la possibilità".
I quattro artisti presenti in questo volume, e nella mostra che questo catalogo accompagna, hanno provato tutti nella loro carriera, anche se con risultati e poetiche differenti, ad interrogarsi sul senso della realtà, sul prima, sul dopo e sui confini del mondo e dell'esistenza umana. Essi hanno deciso di collocare il loro punto di vista all'interno della stessa relazione tra natura e cultura, interrogando: la natura, la materia e le forme molteplici che la "possibilità" può assumere diventando "prosa" ovvero la storia culturale di una pratica discorsiva specifica (la scultura), e il valore che le società attribuiscono ad elementi specifici come il genere, l'identità, le forme ed alcuni materiali (il ferro, il legno, la ceramica, i tessuti, il bronzo, il gesso, la carta...).
I quattro artisti (Enzo Bersezio, Tegi Canfari, Matilde Domestico, Elio Garis) nella loro storia artistica hanno, infatti, tentato di dare forma gico e l'ambiente circostante). Per questi motivi, si può affermare che l'uomo "abita la possibilità" (la pluralità di forme, determinate culturalmente e materialmente, che la realtà e l'umano possono assumere) ed è costretto per sopravvivere a strutturarla in una narrazione articolata ed apparentemente compiuta: in una "prosa" dotata di significato antropologicamente condiviso. L'uomo narra sé e il mondo, perché solo attraverso una manipolazione simbolica e fisica del proprio ambiente può dare vita ad un mondo abitabile, che è tale proprio in quanto artificiale. Lo spazio, in cui questa pluralità indistinta (la "possibilità") diventa realtà linguisticamente, grammaticalmente e materialmente organizzata e dotata di senso (la "prosa"), è lo spazio umano, che è caratterizzato da pratiche e simboliche di natura discorsiva.
Lo spazio antropico (il mondo) è, dunque, il frutto di un'interazione costante tra l'azione strategicamente orientata, la natura simbolica delle relazioni con le cose e gli altri esseri viventi, e l'attività interpretativa dell'uomo.
La filosofia del linguaggio, in special modo la semiotica contemporanea, chiama queste pratiche "discorsi", in
quanto sono frutto di interazioni linguistiche, che proiettano dietro di sé dei "testi" ovvero le forme culturali che compongono le differenti società (l'arte, la tecnologia, le strutture sociali, politiche e giuridiche...). In questa prospettiva, ogni spazio umano è sempre uno "spazio discorsivo", che ha la forma di un reticolo di senso e significato, che la cultura materiale e simbolica produce, e all'interno di esso possono essere rintracciati quei "fili del discorso" che mettono assieme, in una catena inesauribile di elementi materiali e simbolici, il mondo che gli uomini agiscono, pensano e producono. La cultura è, infatti, un testo (una pluralità di testi) e l'attività umana lo vivifica con delle pratiche produttive e interpretative di natura discorsiva che danno vita ad una narrazione compiuta, in quanto dotata di senso e condivisa.

L'imbiancheria del Vajro, le forme, gli spazi e le relazioni.
Una mostra d'arte tra natura e cultura

Abbiamo detto che la realtà è il frutto di una narrazione condivisa (la "prosa"), che ci racconta il mondo e le
relazioni tra umano, organico ed inorganico (i "discorsi"), le quali danno forma allo spazio antropico. Le forme che questa narrazione assumono sono culturalmente determinate e possono essere descritte come un insieme di testi (elementi culturali), in relazione tra loro e vivificati dall'azione/discorso. Questo "racconto in prosa del mondo" può essere, pertanto, immaginato come un insieme di elementi condivisi, dotati di materialità e concretezza simbolica, che stanno metaforicamente al centro delle sfere discorsive prodotte dagli uomini. In questa prospettiva, la storia culturale dell'uomo è una storia naturale, che insieme alla sua evoluzione racconta la storia di un padroneggiamento tecnologico della natura e le pratiche che questo essere incompleto ha usato per trasformare l'ambiente, pensarlo, viverlo e rappresentarlo. I "discorsi", i "testi" e le "pratiche" che gli uomini pongono al centro dello spazio antropico sono da considerarsi come una specie di tesoro comune e indiviso, che rappresenta il giacimento di senso che le società e le culture usano per definire se stesse, dotandosi degli strumenti culturali e tecnologici utili a padroneggiare l'ambiente. In quest'ottica, la cultura e la tecnologia sono elementi importanti di quella narrazione che gli esseri umani mettono al centro del proprio spazio vitale, una narrazione che essi stessi producono continuamente e vivificano con la prassi e con la continua attribuzione di significato e valore. Il senso della realtà non si pone, però, solo al centro delle sfere discorsive, ai loro margini si accumula
un eccesso di senso e valore: la realtà, infatti, eccede sempre la narrazione che si fa di essa, è più ricca,
piena di contraddizioni e di inesauribili spunti, utili a nuove interpretazioni e trasformazioni del reale. La "prosa" che ci restituisce il mondo è in qualche modo una forma di costrizione che fissa in forme codificate l'inesauribile "possibilità", che si colloca prima, dopo e ai confini della narrazione condivisa del mondo. Gli artisti, come ci ricorda Emily Dickinson, hanno il privilegio di potersi posizionare ai margini di qualsiasi racconto antropologicamente e socialmente condiviso e guardare tutti gli elementi culturali, materiali e tecnologici che lo compongono.
Da questo punto di osservazione privilegiato essi possono decidere di fare essenzialmente due cose: narrare il mondo "così com'è", o sarebbe meglio dire "come le narrazioni egemoni decidono che è", oppure interrogarsi sulle narrazioni vigenti ed imperanti, vivere l'eccesso di senso che cresce ai margini, dargli una forma e produrre nuove catene di senso e valore e in questo modo, in qualche modo, "abitare la possibilità".
I quattro artisti presenti in questo volume, e nella mostra che questo catalogo accompagna, hanno provato tutti nella loro carriera, anche se con risultati e poetiche differenti, ad interrogarsi sul senso della realtà, sul prima, sul dopo e sui confini del mondo e dell'esistenza umana. Essi hanno deciso di collocare il loro punto di vista all'interno della stessa relazione tra natura e cultura, interrogando: la natura, la materia e le forme molteplici che la "possibilità" può assumere diventando "prosa" ovvero la storia culturale di una pratica discorsiva specifica (la scultura), e il valore che le società attribuiscono ad elementi specifici come il genere, l'identità, le forme ed alcuni materiali (il ferro, il legno, la ceramica, i tessuti, il bronzo, il gesso, la carta...). I quattro artisti (Enzo Bersezio, Tegi Canfari, Matilde Domestico, Elio Garis) nella loro storia artistica hanno, infatti, tentato di dare forma e fisicità al rapporto tra natura e cultura, interrogando la natura come miniera inesauribile di ispirazione, rapportandosi ad essa in modo mimetico e concettuale (Tegi Canfari), in modo astratto e meta-artistico (Elio Garis) oppure riflettendo sulle forme che l'immaginario sociale e storico dell'uomo assume (Enzo Bersezio e MatildeDomestico).
La concretezza materica della scultura ha loro permesso di rappresentare una catena di significati e valori condivisi o rimossi, portando alla luce alcuni dei fili che compongono la matassa/groviglio disenso che dà forma a quel reticolato di significati che compongono la nostra comune realtà umana. Ognuno di loro ha preso in mano un "filo del discorso e dei discorsi" e lo ha seguito. Dove li porterà questa ricerca oggi lo
possiamo vedere solo in parte, questa mostra e questo catalogo vogliono essere una sorta di ricognizione sullo stato della loro arte e della loro poetica e sull'articolazione di quel ricamo cui tentano ogni giorno di dare vita e forma.

"Un filo rosso". Una collettiva d'occasione all'Imbiancheria del Vajro
tra arte contemporanea e storia industriale

L'Imbiancheria del Vajro di Chieri, storica fabbrica tessile chierese ed ora sede dell'Eco-Museo del tessile della provincia di Torino, ospita nelle sue sale e nel parco, tra ottobre e novembre 2013, la mostra collettiva dal titolo "'I fili del discorso. Quattro bozzetti per un parco sculture a Chieri" a cura di Roberto Mastroianni e Benedetta Catanzariti. La mostra, prodotta dal comune di Chieri e dall'Associazione Piemontese Arte (presieduta dallo scultore Riccardo Cordero), è nata dall'esigenza di esporre i lavori più rappresentativi dei quattro artisti (Enzo Bersezio, Tegi Canfari, Matilde Domestico ed Elio Garis), chiamati a produrre i bozzetti di quattro opere che andranno a comporre il nucleo originario del futuro parco sculture di Chieri, e mette in luce lo stretto legame antropologico tra cultura, tecnologia e natura, attraverso il dialogo tra i lavori dei quattro, che hanno fatto della riflessione sul rapporto tra forme, materia e narratività la loro poetica, e gli spazi post-industriali dell'Imbiancheria. Una mostra d'occasione, quindi, ma nello stesso tempo una mostra complessa, vista l'importanza del contesto espositivo: un museo che presenta sui muri pannelli esplicativi sulla storia della tessitura e dell'industria tessile piemontese e al proprio centro gigantesche e storiche macchine, che da sole sono in grado di narrare la storia del complesso rapporto tra cultura, tecnologia e società. Nello stesso tempo, la mostra è il momento in cui la cittadinanza può vedere i quattro bozzetti di opere che andranno a comporre il nucleo originario del parco sculture della Città. Per questi motivi si è deciso di fare una "mossa del cavallo" e far diventare la storia industriale della città e il suo museo parte integrante di un percorso espositivo, che intende restituire la potenza gentile e la forza espressiva della produzione dei quattro artisti. Le opere esposte, pertanto, dialogano tra loro, con la storia della cultura industriale del tessile e con le macchine per la filatura e la tintura che compongono il cuore dell'Eco-Museo,
mettendo in evidenza il legame materiale, linguistico e simbolico che porta l'arte a vedere nella natura una fonte di inesauribile ispirazione. I lavori esposti esprimono, infatti, la poetica degli scultori attraverso forme che rimandano alla materia primordiale, al suo evolversi e trasformarsi in opere artistiche, capaci di rendere ragione del senso che si nasconde al margine delle cose in un continuo trasformarsi del
valore e del significato culturale che l'azione umana produce nella trasformazione tecnologica della realtà. La "tessitura" diventa quindi la metafora attraverso cui si cerca di riannodare e dipanare il senso prodotto dai
discorsi umani e dalle loro azioni in relazione alla cultura industriale ed estetica, ripercorrendo i "fili" delle pratiche di trasformazione artigianale e artistica della materia. I quattro artisti sono coscienti che "artefice" è l'umano, nel senso più profondo e generale, e che l'artista è una specie di esemplare umano privilegiato, in quanto può fare di una condizione antropologica specifica (la produttività esteticamente e strategicamente orientata) la propria vocazione. Nello stesso tempo sanno che un artista, specialmente uno scultore, è "artefice" nel senso di artigiano ed artista, e che la materia cui dà forma attinge il proprio senso ai margini delle narrazioni che compongono la realtà e che ai margini della "prosa" del mondo si nasconde un "eccesso di senso" che permette di "abitare la possibilità". Per questi motivi, è stato semplice immaginare un allestimento che mettesse al centro dell'esposizione la narrazione di una storia industriale antica e moderna, che fa della tessitura una metafora della costruzione del senso e che vede le opere degli artisti a margine delle macchine tessili a rappresentazione di quell'"eccesso di senso" cui l'arte può dare forma. L'arte contemporanea viene quindi chiamata a dialogare con la storia dell'industria e della tecnologia con i suoi miti, i colori, le forme e la società, riannodando fili interrotti, dipanando matasse e producendo nuovi ricami e nuove narrazioni.

 

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